:: THAT TIME ::

Confusione. Polaroid, niente sottotitoli, niente trade-unions, niente logica. Fissità, immobilità. Riflessione. Stupore, angoscia, crudezza. Luci e ombre. Linee.

Samuel Beckett scrive That Time nel 1974: è una pièce molto breve che si basa sulla ricorrenza di alcuni temi principali e sulla loro suddivisione in tre flussi di pensiero, espressi da tre diverse voci. In scena c’è un uomo, un vecchio, di cui vediamo soltanto il volto. Da tre diversi punti del palco provengono le tre voci A, B e C, che si susseguono in serie regolari, ognuna trattando in modo più preciso il suo tema. L’immobilità del personaggio permette di concentrarsi sulle voci, interne alla sua testa eppure così potenti, indissolubilmente legate una all’altra da rimandi, sitauzioni, immagini e luoghi.

La ricorrenza di alcune immagini ed espressioni crea un flusso di pensiero unico, nonostante la rigida struttura alla base della successione delle serie: le voci parlano sempre in sequnze di tre per volta secondo uno schema a matrice preciso. L’ordine in cui parlano le voci esaurisce ogni combinazione possibile, esclusa quella più logica ABC. Se si considera il tema di ogni voce, la prima serie si apre con i ricordi di infanzia, del ritorno nei luoghi in cui il vecchio era stato bambino; la seconda si apre con i ricordi della sua vecchiaia, della sua solitudine, di alcune situazioni umilianti e su alcune riflessioni sulla sua condizione; la terza infine si apre con il ricordo dell’amore, della compagnia
della sua donna e infine dell’abbandono.that-time1

Nella trasposizione cinematografica del testo teatrale di That Time il nostro obiettivo non è stato la correttezza filologica, quanto la traslazione o l’applicazione del dispositivo narrativo originario al media-video.
Da parole a immagini: ci siamo concentrate su un concetto base per ogni voce, per ogni tipo di ricordo, arrivando a sintetizzare in poche riprese la linea base di ogni narrazione, smontandola dall’interno.
Da un lato abbiamo ricercato immagini simboliche, dall’altro abbiamo sondato e sperimentato il montaggio nelle sue possibilità di costruire sequenze, di dare significato alle immagini stesse, di conferire ritmo, di presentare tre flussi di pensieri/immagini come presenze contemporanee e in continuo accavallamento. that-time3Abbiamo inoltre ragionato sui movimenti della macchina da presa, arrivando a identificarne un uso specifico per ogni voce/narrazione. Per la voce A, quella del tempo lineare del ritorno, abbiamo usato il carrello; per la voce C, quella del tempo circolare dell’ossessione, abbiamo scelto di usare una vorticosa e ripetitiva panoramica a 360° eseguita a diverse velocità in un ambiente chiuso e angusto; per la voce B, quella del tempo fisso e statico, abbiamo scelto di fare riprese a camera fissa, sia di particolari molto stretti sul viso dei due protagonisti, sia utilizzando campi medi e lunghi.

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Prodotto da: Pressappoco Production
Durata: 1:57 min
Location: Venezia, Palazzo Soranzo Van Axel
Con: Elena Dalmasso e Alberto Giodani

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